 I mercati di quartiere conservano poco
oggi dell'antica allegria, questo è dovuto anche al fatto che la
spontaneità l'è morta, e gli italiani sono spesso a disagio,
parlando con la così detta gente comune ti rendi conto che questa
sempre più spesso si sente oppressa,limitata come le fosse stata
imposta una camicia di forza. Ne sono immuni forse solo quelli che
vivono al di fuori del sistema perchè disposti a delinquere, come
quelli che vivono al di sopra del sistema del quale sono in vario
modo garanti o guardiani, gli altri, la maggioranza silenziosa, è
profondamente infelice, morta dentro.Un dato di fatto che finirà,
credo io, per pesare negativamente su tutta la costruzione di
cartacce che stanno coccolando in Italy, lo chiamo il "fattore
umano", mi auguro gli esploda in mano.
Nel dopo guerra si era poveri o
poverissimi, eppure andare al mercatino rionale con poche lire da
spaccare in mille per fare mangiare tutta una famiglia, era una
festa, ed un attimo di svago.
Vi si respirava soprattutto la gioia
delle aspettative di un domani. Allora esser poveri lo si accettava
per lo più allegramente, si era felici d'esser ancora vivi, con la
speranza di un prossimo futuro colmo di promesse finalmente .
Li chiamavamo piazzaroli ed erano
pieni di energia e voglia di fare, urlavano richiami divertenti,
specie le fruttivendole allegre ed un po' sguaiate; era la campagna
con i suoi profumi ed i suoi richiami che ti arrivava in città,
spontanea e festosa. Anche se i bancarellari si erano messi in
viaggio dall'agro romano a notte, prima dell'alba, rinnovavano ogni giorno all'arrivo una festa, si chiamavano l'un l'altro, si incitavano, chi sa, forse anche a farsi coraggio.
Nel mio quartiere
arrivavano alle primissime luci, preceduti da abbaiare di cani,
passando per la strada che costeggiava i villini della Montesacro
alta,per scendere verso la piazza. Carretti rumorosi, campanacci,
alcuni infatti erano trascinati da buoi ossuti, altri da cavalli pieni di
mosche, magri e spellacchiati, poveretti, sembravano sempre li' li'
per rendere l'anima; ricordo che qualche verduraio arrivava
addirittura spingendo a piedi e di corsa l'agile carrettino, una
strana processione che potevo spiare dalle finestre della mia
camera. Nonostante questa gran fatica notturna, apprestati i
banchetti con tavolacci raccogliticci, scritti i prezzi col gesso su
cartelli improvvisati per lo più piantando in una canna spaccata,
mezze buste di carta paglia ben piegata e ripiegata, si dedicavano
con passione instancabile a richiamare l'attenzione delle clienti
che si mostravano distratte o critiche, perchè dopo , al secondo
giro della piazza che percorrevano tutta con attenzione minuziosa,
avrebbero tirato a lungo sul prezzo. I venditori non risparmiavano
richiami urlati e strampalati per attirare i compratori, ognuno
cercava di sovrastare i vicini giggioneggiando, complimentando le
massaie, o addirittura mimando la angoscia di dover svendere si bella
e buona merce.
Erano mercati belli , profumati e
colorati perchè bella e pittoresca era la mercanzia esposta,
profumata e varia, come natura l'aveva creata, succosa e vera, non una finzione , era anche spesso adornata di foglie o addirittua fiori.Te
ne beavi gli occhi e l'olfatto mentre cercavi di capire il senso dei richiami striduli
delle donne o nasali degli uomini, Per esempio: "moscia
all'albero " gridava sempre monotona una matrona col banchetto
d'angolo, la ricordo ancora, col suo scialletto bucherellato, ed i
capelli rosso fiammante, era bella a suo modo, e con questa frase
sibillina intendeva dire che la sua frutta non era stata maturata
nella paglia in grotta, ma al sole, sull'albero. "Tiè,"
urlava di rimando tenorile un omaccione mettendo quasi sotto al naso
alle passanti un grappolo d'uva degna d'un quadro del Caravaggio ,
"Tiè, guarda, viè diretta dalla vigna de Bacco", ed era
uva da tavola.
Non mancava quasi mai, vicino alla
fontanella, un banchettino con dolci appiccicosi di miele e
zucchero, per lo più caramelline d'orzo freddate sul marmo,
carrube, bastoni coloratissimi di zucchero, confettini minuscoli
invitanti. Purtroppo era proibito da mia madre che mi si
comperassero, "non sono igenici" aveva decretato, in
effetti ci passeggiavano sopra le mosche, ma io ci lasciavo gli
occhi, erano profumatissimi.
Ripensandoci eravamo tutti piuttosto
semplici e genuini. Noi si sorrideva, ma senza malizia, con la Maria
o con mamma quando notavamo i trucchi che i "fruttaroli
"usavano nel pesare la merce, la rapidità con cui fingevano di
mostrarti la tacca sul peso, e si erano pappati almeno 50 gr. In
realtà il loro era un duro lavoro portato avanti senza risparmio di
fatica, sia mamma che Maria me lo avevano spiegato quando avevo
chiesto perchè fingevano di non aver notato nulla, in fin dei
conti spiegava mia madre che arrotondavano di poche lire in più
sul prezzo dichiarato, era gente che aveva perso tutto, alcuni in origine non
erano nemmeno contadini, e si arrangiavano, come il marito di Maria,
che a sostenere quelle fatiche finì per ammalarsi seriamente.
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