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Marista
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Marista e le piccole cose: I mercati di quartiere del tempo che fu PDF Stampa E-mail

sabato 05 novembre 2011

I mercati di quartiere conservano poco oggi dell'antica allegria, questo è dovuto anche al fatto che la spontaneità l'è morta, e gli italiani sono spesso a disagio, parlando con la così detta gente comune ti rendi conto che questa sempre più spesso si sente oppressa,limitata come le fosse stata imposta una camicia di forza. Ne sono immuni forse solo quelli che vivono al di fuori del sistema perchè disposti a delinquere, come quelli che vivono al di sopra del sistema del quale sono in vario modo garanti o guardiani, gli altri, la maggioranza silenziosa, è profondamente infelice, morta dentro.Un dato di fatto che finirà, credo io, per pesare negativamente su tutta la costruzione di cartacce che stanno coccolando in Italy, lo chiamo il "fattore umano", mi auguro gli esploda in mano. Nel dopo guerra si era poveri o poverissimi, eppure andare al mercatino rionale con poche lire da spaccare in mille per fare mangiare tutta una famiglia, era una festa, ed un attimo di svago.





Vi si respirava soprattutto la gioia delle aspettative di un domani. Allora esser poveri lo si accettava per lo più allegramente, si era felici d'esser ancora vivi, con la speranza di un prossimo futuro colmo di promesse finalmente .

Li chiamavamo piazzaroli ed erano pieni di energia e voglia di fare, urlavano richiami divertenti, specie le fruttivendole allegre ed un po' sguaiate; era la campagna con i suoi profumi ed i suoi richiami che ti arrivava in città, spontanea e festosa. Anche se i bancarellari si erano messi in viaggio dall'agro romano a notte, prima dell'alba, rinnovavano ogni giorno all'arrivo una festa, si chiamavano l'un l'altro, si incitavano, chi sa, forse anche a farsi coraggio.

Nel mio quartiere arrivavano alle primissime luci, preceduti da abbaiare di cani, passando per la strada che costeggiava i villini della Montesacro alta,per scendere verso la piazza. Carretti rumorosi, campanacci, alcuni infatti erano trascinati da buoi ossuti, altri da cavalli pieni di mosche, magri e spellacchiati, poveretti, sembravano sempre li' li' per rendere l'anima; ricordo che qualche verduraio arrivava addirittura spingendo a piedi e di corsa l'agile carrettino, una strana processione che potevo spiare dalle finestre della mia camera. Nonostante questa gran fatica notturna, apprestati i banchetti con tavolacci raccogliticci, scritti i prezzi col gesso su cartelli improvvisati per lo più piantando in una canna spaccata, mezze buste di carta paglia ben piegata e ripiegata, si dedicavano con passione instancabile a richiamare l'attenzione delle clienti che si mostravano distratte o critiche, perchè dopo , al secondo giro della piazza che percorrevano tutta con attenzione minuziosa, avrebbero tirato a lungo sul prezzo. I venditori non risparmiavano richiami urlati e strampalati per attirare i compratori, ognuno cercava di sovrastare i vicini giggioneggiando, complimentando le massaie, o addirittura mimando la angoscia di dover svendere si bella e buona merce.

Erano mercati belli , profumati e colorati perchè bella e pittoresca era la mercanzia esposta, profumata e varia, come natura l'aveva creata, succosa e vera, non una finzione , era anche  spesso adornata di foglie o addirittua fiori.Te ne beavi  gli occhi e l'olfatto mentre cercavi di capire il senso dei richiami striduli delle donne o nasali degli uomini, Per esempio: "moscia all'albero " gridava sempre monotona una matrona col banchetto d'angolo, la ricordo ancora, col suo scialletto bucherellato, ed i capelli rosso fiammante, era bella a suo modo, e con questa frase sibillina intendeva dire che la sua frutta non era stata maturata nella paglia in grotta, ma al sole, sull'albero. "Tiè," urlava di rimando tenorile un omaccione mettendo quasi sotto al naso alle passanti un grappolo d'uva degna d'un quadro del Caravaggio , "Tiè, guarda, viè diretta dalla vigna de Bacco", ed era uva da tavola.

Non mancava quasi mai, vicino alla fontanella, un banchettino con dolci appiccicosi di miele e zucchero, per lo più caramelline d'orzo freddate sul marmo, carrube, bastoni coloratissimi di zucchero, confettini minuscoli invitanti. Purtroppo era proibito da mia madre che mi si comperassero, "non sono igenici" aveva decretato, in effetti ci passeggiavano sopra le mosche, ma io ci lasciavo gli occhi, erano profumatissimi.


Ripensandoci eravamo tutti piuttosto semplici e genuini. Noi si sorrideva, ma senza malizia, con la Maria o con mamma quando notavamo i trucchi che i "fruttaroli "usavano nel pesare la merce, la rapidità con cui fingevano di mostrarti la tacca sul peso, e si erano pappati almeno 50 gr. In realtà il loro era un duro lavoro portato avanti senza risparmio di fatica, sia mamma che Maria me lo avevano spiegato quando avevo chiesto perchè fingevano di non aver notato nulla, in fin dei conti spiegava mia madre che arrotondavano di poche lire in più sul prezzo dichiarato, era gente che aveva perso tutto, alcuni in origine non erano nemmeno contadini,  e si arrangiavano, come il marito di Maria, che a sostenere quelle fatiche finì per ammalarsi seriamente.




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