Roma dimenticata: la porta alchemica di piazza Vittorio

Scritto da Marista Urru   
venerd́ 15 agosto 2008
A Roma, sconosciuta ai più, nascosta nei giardini degradati dell’Esquilino, resta un piccolo gioiello: una Porta Magica, unica traccia  giunta fino a noi di Villa Palombara che sorgeva  intorno alla metà del 600 nei pressi della meravigliosa villa di Papa   Sisto V. Villa Palombara era certo assai più modesta della splendida villa papale, cionostante rivestiva la sua importanza, visto che il Marchese Palombara era un membro dei Rosacroce che poteva permettersi di finanziare numerosi alchimisti ed intrattenere nella sua villa personaggi importanti come la regina di Svezia che aveva i suoi medesimi interessi

 

La rosa, simbolo dei Rosacroce


 





schema della porta - segue-

 


I Rosacroce si dilettavano di studi in svariati campi scientifici, ma solo gli adepti iniziati potevano avere accesso ai segreti di tali conoscenze: un anticipo della futura massoneria.

A Villa Palombara c’era quindi una piccola dependance separata, probabilmente un laboratorio, dove avevano segretamente luogo i convegni e gli esperimenti alchemici. Si racconta che un giovane medico ed alchimista milanese tal Giuseppe Borri, che era stato espulso dal collegio di Gesuiti dove studiava per via del suo grande interesse per l’occultismo, venne a Roma e si unì al circolo di Villa Palombara.

Secondo la leggenda Borri, finanziato dal marchese, pare facesse del suo meglio per trovare la mitica pietra filosofale, quella che gli avrebbe permesso di trasformare la materia in oro.

Ma quando l’Inquisizione papale si mise sulle sue tracce fuggì, lasciandosi dietro un certo numero di pergamene su cui erano riportate complesse formule, che nessuno però comprese.

Massimiliano Palombara le fece allora incidere sulla porta d’accesso del suo laboratorio (o, secondo un’altra versione, fu lo stesso Borri ad inciderle prima di partire).

Villa Palombara fu completamente demolita nella seconda metà dell’800, quando fu edificato il nuovo quartiere. L’unica minuscola parte che se ne salvò fu proprio il portale d’accesso alla dependance, quella che oggi viene detta Porta Magica di piazza Vittorio, sebbene Porta Alchemica sarebbe stato un nome più appropriato. Consiste in un piccolo portale, ora murato, contornato da uno stipite di pietra bianca ricoperto da simboli alchemici, ed affiancato da due strane statue di origine egizia.

Sul gradino il motto SI SEDES NON IS, frase palindroma che si può leggere da sinistra verso destra, “se ti siedi non procedi”, ma anche da destra verso sinistra (SI NON SEDES IS), col significato opposto: “se non ti siedi procedi”; l’insegnamento è quello di perseverare nel proprio percorso.

Sopra la porta è affisso un grosso disco con un doppio triangolo a forma di stella a sei punte , il sigillo del re Salomone, vi è incisa tra l’altro la frase: TRI SVNT MIRABILIA DEVS ET HOMO MATER ET VIRGO TRINVS ET VNVS, “tre sono le cose mirabili: Dio e l’uomo, la madre e la vergine, l’uno e il trino”.

Si ritorna al concetto della unione degli elementi e di spirito e materia, riportato nella tavola smaragdina. Un cerchio sormontato da una croce è sovrapposto alla stella, e reca un altro motto :CENTRVM IN TRIGONO CENTRI (”il centro è nel triangolo del centro”), la croce simboleggia l’unione degli elementi, il centro, il sole

Nella parte più alta dello stipite, una scritta in ebraico : “Spirito Divino” -ruah elohim- ed altro non è se non una invocazione allo spirito santo.

Segue l’avvertimento che non si entra nel giardino delle Esperidi senza aver ucciso il Drago. Il Drago rappresenta passioni ed istinti da eliminare con la volontà ( Ercole), solo dopo aver ucciso il Drago delle passioni, si potrà dare inizio alla pratica alchemica per il raggiungimento della verità, Insomma solo dopo aver sconfitto la forza delle passioni terrene, solo dopo aver ucciso il Drago si potrà passare le porta alchemica ed entrare nel giardino delle Esperidi.

Più sotto vi è un riferimento mitologico a Giasone: HORTI MAGICI INGRESSVM HESPERIVS CVSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GVSTASSET IASON (”il drago delle Esperidi custodisce l’ingresso dell’orto magico, e senza Ercole Giasone non avrebbe assaggiato le delizie della Colchide”).

Infatti gli alchimisti identificavano il Vello d’Oro cercato da Giasone nell’antico mito degli Argonauti con la pietra filosofale, l’obiettivo fondamentale dei loro studi, almeno in apparenza.

Naturalmente gli studi alchemici, precursori della futura chimica, sottendevano qualcosa di molto più importante che la ricerca dell’oro in senso stretto : la ricerca della conoscenza, dell’equilibrio. L’obiettivo principale dell’alchimia non era la trasmutazione dei metalli, quanto invece la trasformazione dell’alchimista stesso verso l’unione con il tutto, verso la conoscenza , la vera sapienza, ed entrare nel giardino delle Esperidi dopo aver ucciso il Drago con la forza della volontà così da poter passare attraverso la porta alchemica, simboleggia il faticoso viaggio dell’uomo verso la conoscenza e la saggezza.

Il ricongiungimento dell’uomo al Cosmo, il raggiungimento della unità nel Tutto, che è credo, il fulcro degli studi alchemici, viene presentato come difficile e complesso, quindi e viene indicato sugli stipiti della “porta” dove possiamo distinguere le tre fasi del processo alchemico: il nero, il bianco, il rosso.

- l Nero è simbolo di Saturno che rappresenta il Piombo: QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS, TUNC VOCABERIS SAPIENS -Saturno rappresenta quindi la materia prima, il piombo, infatti : “Quando nella tua casa neri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai detto saggio”.

In quest’iscrizione è indicata la trasformazione del piombo (i neri corvi) in argento (le bianche colombe), cioè il passaggio dal nero al bianco, dalla materia allo spirito.

Il rosso, il terzo colore, dovrebbe essere il fuoco, ma ancora non ho approfondito.

La fantasia si esercitò a lungo sulla porta e sul Borri. Si vuole che Il Borri fosse imprigionato di nuovo a Castel S. Angelo dove sarebbe morto, e tre anni dopo questa morte avvenuta nel 1695, si avrebbe la nascita presunta di uno dei più misteriosi personaggi del settecento: un leggendario alchimista che avrebbe trovato il segreto dello elisir di lunga vita, il Conte di San Germano la cui esistenza si sovrappone in parte con quella del mago più famoso, il conte di Cagliostro che dichiarava di essere vissuto due secoli. Il confronto tra i ritratti di Francesco Giuseppe Borri e del Conte di San Germano, pur separati da almeno un secolo, mostrano, secondo alcuni, lineamenti compatibili con quelli di una stessa persona.

In conclusione, secondo lo spirito e la cultura dell’epoca, comincia a prender le mosse la moderna scienza, e si può capire che il popolino che certo non poteva arrivare a capire , in ben altre e più pressanti faccende affaccendato, condisse mezze notizie, mezze parole e mezze verità.. con tanta e tanta fantasia e superstizione.

Comunque, dimenticato da tutti, in Piazza Vittorio in un angoletto, tra lo sporco ed il degrado, c’è il ricordo di un pezzetto della nostra cultura .

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